Gestione dell’emergenza a Valencia: cosa non ha funzionato durante l’alluvione

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La recente alluvione di Valencia rappresenta una delle catastrofi più devastanti del 2024. Con oltre 200 vittime e intere comunità in ginocchio, questo evento drammatico solleva interrogativi sulla gestione dell’emergenza e invita a ragionare sugli errori commessi. Anche l’Italia ha vissuto calamità di grande impatto — dai terremoti in Centro Italia alla valanga di Rigopiano, fino alle recenti alluvioni in Emilia-Romagna e Toscana — e quanto accaduto in Spagna dovrebbe indurci a esaminare le lacune nel nostro sistema di gestione delle crisi e ad avviare una riflessione su questi temi.

Le cause dell’alluvione di Valencia

Tra il 29 e il 30 ottobre, una serie di violenti temporali ha colpito Valencia e le aree limitrofe. Nel giro di poche ore, è caduta una quantità di pioggia equivalente a un intero anno, trasformando le strade in torrenti di morte e devastazione. Alla base di questa perturbazione eccezionale si trova un fenomeno atmosferico noto come DANA, acronimo di “Depresión Aislada en Niveles Alto”, una massa d’aria fredda che, incontrando aria più calda, genera forti precipitazioni. Questo tipo di fenomeno non è nuovo a Valencia, che nel 1957 subì un’alluvione di simili proporzioni. Ma, in questo caso, cosa è andato storto nella gestione dell’emergenza, portando a una crisi di tale gravità?

Tempesta alluvione

Cosa non ha funzionato nella gestione dell’emergenza

Solitamente di fronte a un disastro comunitario di questa entità, si riscontrano tre problemi:

  1. Comunicazione verso la popolazione

    La comunicazione è stata confusa e spesso contraddittoria. Nonostante il centro meteorologico AEMET avesse alzato l’allerta a rosso e avesse esortato la popolazione a evitare spostamenti, il presidente della regione, Carlos Mazón, ha minimizzato la situazione pubblicamente, dichiarando sui social che la tempesta stava diminuendo (con un post su X in seguito eliminato). Questo ha creato confusione nei cittadini e ha ridotto la prontezza nelle risposte individuali. In aggiunta, l’allarme pubblico tramite il sistema nazionale “Es-Alert” è stato inviato solo alle 20:00, quando ormai l’alluvione era già in corso e molte persone erano in pericolo. In un’intervista successiva, Salomé Pradas, assessora alla Giustizia e all’Interno, responsabile delle emergenze, ha anche ammesso di non essere a conoscenza del sistema di allerta cellulare fino a quel pomeriggio.

    Sottovalutazione del rischio, ritardi nell’invio degli allarmi, contraddizioni, ritrattazioni e omissioni sono errori che infrangono ogni manuale di una corretta comunicazione di crisi.

  2. Esercizio dell’autorità e processo decisionale

    La gestione dell’alluvione ha messo in evidenza un conflitto di competenze tra il governo centrale e le amministrazioni locali, con un acceso dibattito su chi dovesse essere responsabile per attivare l’allerta e prendere il controllo delle operazioni. Le dichiarazioni contrastanti tra il primo ministro Sanchez e il presidente della regione Mazón hanno solo aggravato la situazione, rivelando come la mancanza di una leadership e una linea d’azione chiare abbiano impedito di prendere decisioni tempestive e cruciali.

  3. Coordinamento tra le autorità

    Secondo recenti ricerche nel campo del crisis management, il “modello di comando e controllo”, tipico dell’ambito militare, si è dimostrato alquanto controproducente in situazioni emergenziali. È il coordinamento, e non il controllo autoritario, a risultare cruciale per una risposta efficace. In questo caso, la mancanza di coordinamento tra le autorità ha causato ritardi e difficoltà nella gestione dell’emergenza e nella risposta post-crisi quando invece di assumersi responsabilità e cercare soluzioni comuni, le autorità si sono accusate a vicenda, alimentando rabbia e frustrazione tra la popolazione già colpita. L’assenza di sinergie e coordinamento si può rintracciare anche nella fase pre-crisi e nella mancata prevenzione per ridurre i rischi e preparare la popolazione a un evento di tale portata.

Le regole del silenzio nella comunicazione di crisi

Un ulteriore errore strategico nella gestione dell’emergenza è stato non comprendere le regole del silenzio nella comunicazione di crisi.

Di norma, in una crisi, il silenzio non è contemplato. La popolazione ha diritto di essere informata su cosa stia accadendo e sulle azioni in corso. La mancanza di comunicazione mina la credibilità delle autorità, creando un vuoto che può facilmente essere colmato da disinformazione e caos. In questo caso, il silenzio e la ritardata comunicazione hanno avuto un impatto devastante, contribuendo a un triste bilancio di morti e dispersi e intaccando in maniera irreversibile la fiducia verso le cariche dello Stato. Una fiducia mai del tutto sanata a seguito degli scandali che portarono all’abdicazione del re Juan Carlos.

Il silenzio, tuttavia, ha un senso in alcuni frangenti: quando è una pausa dalla comunicazione verbale, uno spazio di ascolto e riflessione, come sarebbe stato opportuno durante le visite del re Felipe VI, della regina Letizia e del premier Sanchez a Piaporta, quando sono stati accolti come “Assassini” da una folla stanca, infuriata e delusa.

La visita a Paiporta: un amaro capitolo nella gestione dell’emergenza

Quello che sarebbe stato necessario, infatti, non era un’apparizione istituzionale, ma un momento di empatia, un segno di vicinanza che andasse oltre la formalità. Una visita discreta e priva di ostentazione, senza clamori mediatici e programmi politici, spogliandosi dalla percezione di una cerimonia di rito, veicolando l’immagine di leader senza filtri e creando una narrazione autentica e senza barriere.

La visita ha assunto invece i tratti di un incontro programmatico, accentuando la frustrazione e il risentimento della popolazione e generando l’impressione di un’ennesima “performance istituzionale”. L’unica figura a essere risparmiata dalle critiche è stata la regina Letizia. Apparsa visibilmente provata, con il fango sulle mani e sul viso, le dita tra i capelli o alla bocca, si è resa partecipe di un momento straziante, dove la devastazione ha sospeso ogni parola, lasciando spazio solo al silenzio, all’ascolto e alla volontà di essere presente per chi aveva perso tutto. Una testimonianza di umanità genuina, in netta opposizione con le altre figure presenti.

Alluvione Valencia Letizia

La regina Letizia a Paiporta. Foto LaPresse AP Photo/David Melero

Una distanza, quella del re Felipe e del primo ministro Sanchez, che ha amaramente contribuito a plasmare la metafora dell’alluvione quale simbolo del divario tra il potere centrale e la gente comune, tra ricchi e poveri, fra chi vive nelle zone vulnerabili del paese, in aree periferiche in cui gli affitti sono meno cari, e chi no. Questo contrasto, anziché alleviare la sofferenza, ha alimentato la rabbia dei superstiti e dimostrato come una corretta gestione dell’emergenza e della sua comunicazione possa fare la differenza in una situazione di crisi.

 Reference

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