

Con l’imminente ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, il dibattito sulla sua figura — segnata da impeachment, accuse di tentato golpe, condanne penali e controversie personali — necessita di un’attenta riflessione, soprattutto in relazione alla sua comunicazione politica. La recente conferma della condanna per frode legata al caso Stormy Daniels rappresenta un ulteriore primato storico, rendendo il tycoon il primo presidente degli Stati Uniti a governare con una fedina penale sporca.
Ciononostante, questo risultato non dovrebbe sorprendere: gli elettori erano pienamente consapevoli che un simile scenario fosse possibile al momento delle elezioni dello scorso autunno. Resta quindi la domanda: perché, di fronte alla scelta tra mantenere lo status quo con un governo moderato guidato da Kamala Harris o abbracciare la promessa di caos rappresentata da Trump, gli americani hanno scelto il caos?
La risposta risiede nella capacità di Trump di costruire una “public persona” unica, alimentata da una comunicazione politica accuratamente orchestrata. Il suo approccio non è limitato alla sfera elettorale, ma pervade ogni aspetto della sua vita pubblica e privata, creando un’immagine coerente e in grado di mantenere una presa salda sul suo elettorato.
Dalle elezioni del 2016, Trump ha infatti adottato un modello di “campagna permanente”, una strategia che rompe con la tradizione politica americana. Invece di abbandonare il tono da comizio per concentrarsi su politiche concrete, il presidente ha reso la retorica elettorale, amplificata dall’uso massiccio delle piattaforme social, un pilastro della sua governance. Lo dimostrano anche le sue recenti dichiarazioni provocatorie su temi internazionali riguardo l’uso della forza armata per il controllo di Groenlandia, Canale di Panama e Canada; un approccio in grado di polarizzare il dibattito pubblico e rafforzare il legame con i suoi sostenitori.
Questa analisi si propone dunque di esaminare il suo stile comunicativo, offrendo una chiave di lettura per comprendere l’impatto sugli Stati Uniti e le implicazioni del suo imminente ritorno al potere.

Donald Trump non è solo un politico; è un marchio, un brand costruito con astuzia e determinazione. La sua carriera da magnate immobiliare e star di reality show lo ha reso una figura pubblica riconosciuta, ma anche un outsider nel panorama politico statunitense. Il suo profondo senso di insicurezza e risentimento verso le élite politiche e sociali, verso cui si è sempre sentito emarginato, è stato cruciale nella sua definizione di leader in grado di opporsi a un sistema percepito come disonesto e inefficace.
Retoricamente, infatti, il neopresidente divide gli Stati Uniti tra un popolo buono, onesto e laborioso e un’istituzione politica corrotta e indifferente. Come sottolinea nel suo manifesto elettorale Crippled America (2015), contrappone la sua piattaforma politica ai “diplomatici di carriera,” ai “burocrati incravattati,” ai “cosiddetti leader” e agli “insider della classe dirigente di Washington,” accusandoli di non essere né motivati né competenti per aiutare il popolo americano.
La sua mancanza di esperienza politica tradizionale, il suo status di “anti-politico” e il suo posizionamento come “blue collar billionaire” – un miliardario vicino alla classe operaia, una figura finora assente nella politica moderna – hanno plasmato un brand “populista” capace di opporsi tanto alle istituzioni quanto ai media tradizionali. Questa narrazione gli ha consentito di costruire un legame emotivo con un pubblico che si sentiva ignorato e marginalizzato in un mondo sempre più globalizzato.
Grazie alla sua comunicazione politica, Trump è riuscito a mobilitare gruppi – anche tra afroamericani, latinos, asiatici e giovani che i democratici avevano erroneamente immaginato come fedeli progressisti – alimentando le loro ansie economiche e sensibilità sociali e culturali, e facendo del cambiamento e del contrasto allo status quo il cuore della sua proposta.
Ma in che modo questo brand populista prende forma concreta nella sua comunicazione politica? Come riesce Trump a trasformare questa narrazione in uno stile comunicativo capace di catalizzare consenso e mobilitare le masse?”

Il brand populista di Donald Trump si concretizza attraverso la retorica del “noi” contro “loro”. Una strategia di “otherizzazione” tipica di molti demagoghi – dai fascisti e comunisti del XX secolo ai populisti autoritari del XXI – che danno la colpa a un “altro” per i mali economici o sociali. Trump adotta questa tecnica, indirizzando le sue accuse contro afroamericani, latinos, musulmani e donne, solo per citarne alcuni. La sua visione dell’immigrazione e lo slogan ‘America First’ rafforzano questa divisione, dipingendo l’immagine di un popolo conservatore pronto a difendere la propria identità. Anche il suo famoso ‘Make America Great Again’ evoca un passato idilliaco che richiama l’ideologia della supremazia bianca. Trump traccia così una linea netta tra “noi”, i veri americani, e “loro,” il sistema politico e i suoi oppositori, alimentando la sua narrativa anti-establishment.
La comunicazione del tycoon si distingue per il suo approccio diretto al pubblico, riducendo l’importanza dei media, che considera disonesti e promotori di “fake news”, come dimostra l’uso massiccio dei social media fin dalle elezioni del 2016. La sua volontà di “dire le cose come stanno” – esprimendo opinioni che i suoi sostenitori condividevano ma non osavano esprimere – lo rendono autentico agli occhi dei suoi sostenitori.
Per questo motivo, Trump predilige un linguaggio semplice e privo di tecnicismi, utilizzando frasi brevi e incisive, quasi telegrafiche, come “Make America Great Again” e “Build the Wall”. Questo stile, scientificamente dimostrato come paragonabile a quello di un bambino di terza o quarta elementare (Eitelmann, 2020), rende i suoi messaggi facilmente comprensibili. I suoi tweet presentano una sintassi altrettanto semplice, con una media di 17 parole per frase, simile a quella di George W. Bush, mentre Obama utilizzava frasi più lunghe.
Nel parlato, Trump adotta uno stile colloquiale che evoca l’immagine di un “uomo normale”. Le sue tecniche paralinguistiche – come la variabilità del tono, l’intensità e la velocità – contribuiscono a creare un tono vivace e conversazionale. Sebbene il suo linguaggio sia considerato povero dal punto di vista accademico, rispecchia una comunicazione quotidiana che ha saputo connettersi efficacemente con il suo pubblico. Inoltre, la sua retorica sfrontata, arrogante e spesso carica di oscenità rinforza il suo ruolo di outsider. Allo stesso tempo, lo avvicina anche al suo elettorato che si riconosce in uno stile comunicativo privo di filtri, lontano dalle élite politiche e mediatiche. Trump, infatti, compie una vera e propria trasgressione rispetto alla tradizionale pratica oratoria presidenziale. Nello specifico, allineandosi simbolicamente con un popolo arrabbiato e diretto, in contrapposizione a un ceto politico autoreferenziale e condiscendente.

L’esperienza di Trump come imprenditore e venditore ha plasmato un approccio comunicativo strategico, orientato non solo a consolidare il suo brand populista, ma anche a creare un legame diretto con i suoi sostenitori. Tra le principali tecniche comunicative impiegate:
Il magnate rafforza i suoi messaggi chiave attraverso ripetizioni incessanti, seguendo una strategia nota in pubblicità, secondo cui uno slogan necessita di almeno sette ripetizioni per diventare memorabile. Indipendentemente dalla veridicità, le sue affermazioni finiscono per acquisire una vita propria, soprattutto tra gli ascoltatori che non accedono a fonti alternative. A questa tecnica si aggiunge un uso massiccio di iperboli ed esagerazioni, spesso caricate da intensificatori come “molto, molto” o “super-duper”. La combinazione di ripetizione e iperbole enfatizza i messaggi e costruisce fiducia nel pubblico. Ad esempio, nel 2016, etichettando Hillary Clinton come “corrotta” o i terroristi come “musulmani radicali”, rafforzava tali associazioni nella mente dei suoi ascoltatori.
Un elemento distintivo del suo stile è l’uso di dialoghi costruiti (“Ho detto … e poi lei ha detto …”), che rendono il suo discorso più informale e conversazionale. Questa tecnica si combina con una narrazione aneddotica per creare una connessione emotiva con la sua audience. Inoltre, utilizza spesso frasi frammentate: “E nel 19 — e ve lo dirò con molta fermezza, anni fa, ho detto — e amo l’esercito…”. Questo approccio, tipico del linguaggio quotidiano, lo fa sembrare più relazionabile e autentico.
Trump evita di sommergere il pubblico con dati complessi, preferendo messaggi semplici e diretti. Frasi come “Molte persone stanno dicendo…” sono spesso seguite da accuse infondate, con lui stesso come unica fonte implicita. Un altro tratto distintivo sono le frequenti digressioni o gli improvvisi cambi di argomento. Questo stile rievoca conversazioni quotidiane e distrae da argomenti scomodi, una tecnica nota come “Dead Cat Strategy”.
Il gaslighting, una tecnica che altera la percezione della realtà, è una delle strategie più utilizzate da Trump, spesso accompagnata dalla diffamazione. Nel 2016, ha lanciato false accuse contro Hillary Clinton. Nel 2024 ha denunciato i democratici di Harris di voler truccare le elezioni attraverso voti illegali di non cittadini e abusi delle schede postali. Il tutto senza avere prove concrete: una strategia impiegata anche per “preparare il campo” in caso di sconfitta. Un atteggiamento in grado di creare un clima di sfiducia e consolidare una realtà distorta accettata dai suoi sostenitori come verità.
Come anticipato, fin dal 2016, Trump ha ridotto l’importanza dei media tradizionali e preferendo l’uso massiccio dei social media per comunicare direttamente con il pubblico. Durante la campagna del 2024, sotto la guida di Elon Musk, ha fatto di X (ex Twitter) uno dei principali strumenti di creazione del consenso. Grazie a post senza filtri, è stato in grado di aumentare la polarizzazione e consolidare la percezione di autenticità tra i suoi sostenitori. Inoltre, rispetto allo scorso mandato, il tycoon ha anche sperimentato nuove piattaforme come Twitch. Quest’ultima, tipicamente associata al gaming, è servita per raggiungere un pubblico più giovane e tecnologicamente avanzato, mostrando un’elevata adattabilità digitale.
Un’altra novità del 2024 è stato l’uso strategico dei podcast, dove Trump è apparso in programmi di grande impatto, come The Joe Rogan Experience, sfruttando il formato lungo per presentare il suo stile conversazionale e approfondire i suoi temi. Ha inoltre collaborato con influencer di rilievo come Logan Paul e Adin Ross, cercando di coinvolgere i giovani elettori su piattaforme popolari. Questa strategia non mira a conquistare una maggioranza assoluta tra i giovani, ma a ottenere piccoli spostamenti di consenso: cruciali in una competizione elettorale serrata.
Dall’analisi condotta emerge un quadro più chiaro delle ragioni che hanno permesso a una figura come Donald Trump di raccogliere un consenso così vasto. Tuttavia, per rispondere alla domanda sul perché, di fronte alla scelta tra la continuazione del governo Biden con Kamala Harris e il caos rappresentato da Trump, gli americani abbiano scelto quest’ultimo, la riflessione diventa più complessa, spingendosi oltre la sfera della comunicazione politica per toccare questioni morali, sociali e culturali.
Il ritorno al potere di Trump è il risultato di un verdetto più profondo e amaro, che riflette decenni di disuguaglianze e frustrazioni accumulate. Le trasformazioni della globalizzazione – dai posti di lavoro persi a favore di paesi con manodopera più economica, all’ascesa di una nuova parità di genere, razza e religione – hanno generato un senso di incertezza in molte comunità, sia sul fronte economico che sociale, erodendo il loro senso di appartenenza. In aggiunta, tra gli altri fattori di instabilità globale, le insicurezze e le tensioni amplificate dalla pandemia, dall’inflazione, dai conflitti russo-ucraino e israeliano-palestinese. In questo contesto, per molti, Trump è diventato il catalizzatore di ansie, perdite e risentimenti, una figura capace di dare voce a un malcontento che va ben oltre la sfera economica.
Questo risentimento trova radici nella crisi della “meritocrazia“. La narrazione democratica dell’“upward mobility” e delle opportunità per chiunque creda nel proprio talento si scontra con una realtà in cui la mobilità sociale è sempre più un’illusione. La crescita delle disuguaglianze ha consolidato una nuova aristocrazia, dove i privilegi si tramandano di generazione in generazione. Allo stesso tempo, chi si trova in basso non ha possibilità di risalita.
La retorica meritocratica, celebrata da leader democratici come Obama, Hillary Clinton e così via, ha prodotto effetti collaterali pericolosi. Tra questi, l’hybris tra i vincitori e l’umiliazione tra i perdenti, alimentando il terreno fertile per il populismo. D’altronde, quando ci si trova ai margini della società, dove la promessa del “sogno americano” appare come un miraggio – così come l’accesso a un’educazione di qualità o a migliori opportunità professionali – è difficile fuggire dall’idea che il fallimento non sia una nostra responsabilità, che semplicemente non abbiamo i mezzi per raggiungere il successo.
Questi sentimenti sono la vera base di quel sentimento populista che sta animando l’America e non solo, quella che viene definita da Michael Sandel come la “tirannia del merito”.

Trump ha saputo sfruttare questa “politica dell’umiliazione”, dando voce al risentimento di coloro che si sentono esclusi e derisi. Decisioni simboliche, come l’abbandono degli Accordi di Parigi, non erano semplicemente rivolte al lavoro o al cambiamento climatico. Al centro di tali considerazioni, è possibile rintracciare il desiderio di restituire dignità e prestigio a una nazione che molti percepivano come umiliata. Emblametico il suo intervento: “At what point America get demeaned? At what point do they start laughing at us as a country? We don’t want other leader and other countries laughing at us anymore”. Una spiegazione plausibile anche, data la complicata situazione geopolitica internazionale, per quanto riguarda le recenti dichiarazioni in merito al controllo di Groenlandia, Canada e Canale di Panama.
Se i democratici vogliono invertire questa tendenza, dovranno riconoscere che i “grievances”, i malcontenti di molti elettori, non sono solo di natura economica, ma anche culturale e morale. La cosiddetta “rhetoric of rising”, che ha animato e continua a animare l’ala progressista, ha ormai perso il suo appeal. In una società in cui chi nasce svantaggiato tende statisticamente a rimanere tale, Trump non ha mai parlato di ascensore sociale né della convinzione che gli americani possano emergere grazie al proprio talento e duro lavoro. Piuttosto, ha giocato sulle divisioni tra “vincitori” e “perdenti”, promettendo di rendere l’America “Great Again”.
Non basta parlare di salari, posti di lavoro o titoli universitari: è fondamentale affrontare il senso di perdita di status sociale e il malessere identitario che attraversano ampie fasce della popolazione, offrendo una visione di inclusività che non sembri elitista o disconnessa dalla realtà quotidiana. Un buon punto di partenza sarebbe domandarsi perché coloro che non sono riusciti a farcela nella nuova economia sentono che i “vincitori” li guardino dall’alto in basso con disprezzo. Successivamente, bisognerebbe riflettere sul fatto che avere, o meno, certi talenti sia davvero qualcosa su cui abbiamo realmente controllo. Una domanda che, troppo spesso, chi celebra la retorica del successo tende a ignorare.
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