Il primo “selfie papale” e prime immagini AI (fonti: The Telegraph e The Guardian)
Il suo impatto comunicativo, in realtà, si inserisce in un’evoluzione più ampia, iniziata ben prima del suo pontificato. Un percorso lungo decenni che ha permesso a Francesco di raccogliere un’eredità, sintetizzarla e portarla in una nuova direzione più relazionale, più immediata, più partecipativa. Ed è proprio a partire da questo cammino che sorge una domanda: quale sarà la traiettoria comunicativa del prossimo pontefice? Per interrogarsi sul futuro, vale la pena ripercorrere alcune tappe della comunicazione pubblica vaticana attraverso tre figure cardine – Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – che, ognuna a suo modo, ha plasmato il rapporto tra papato, media e modernità.
Verso la comunicazione pubblica vaticana contemporanea
Ben prima della rivoluzione digitale, la Chiesa cattolica ha mostrato una precoce consapevolezza del potere dei media. Già nel 1948 veniva istituita la “Pontificia commissione di consulenza e di revisione ecclesiastica dei film a soggetto religioso o morale”, primo segnale di un interesse sistematico per le tecnologie comunicative. Nel 1954, l’organismo fu rinominato “Pontificia commissione per la cinematografia, la radio e la televisione”, ampliando il raggio d’azione ai nuovi mezzi emergenti.
Nel 1964, la Commissione assunse il nome di “Pontificia commissione per le comunicazioni sociali”, abbracciando ufficialmente tutto l’ambito comunicativo. Da allora, il lavoro della Commissione – poi Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, fino alla sua soppressione nel 2015 da parte di papa Francesco, che ne ha trasferito le competenze al Dicastero per la Comunicazione– ha accompagnato l’evoluzione culturale e tecnologica attraverso numerosi documenti chiave, come Communio et Progressio (1971), Etica nella pubblicità (1997) e La Chiesa e Internet (2002).
La Chiesa e i media
In particolare, Communio et Progressio definisce i media come “doni di Dio”, riconoscendo in Cristo il “comunicatore perfetto” e invitando a un uso dei media orientato a uguaglianza, giustizia e dignità umana. Questa evoluzione dimostra come la Chiesa abbia sempre guardato con attenzione ai linguaggi della comunicazione, riconoscendone il potenziale come strumenti al servizio della missione evangelica. Un’attenzione che si è tradotta nel tentativo costante di interpretarli e guidarne l’uso in chiave etica, educativa e pastorale, senza mai perdere di vista la centralità del messaggio.
Tre papi, tre visioni comunicative
In questo percorso, tre pontefici hanno impresso svolte significative alla comunicazione pubblica vaticana, ciascuno in relazione al proprio contesto storico-mediatico. Pur con approcci differenti, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra la Chiesa e i media, passando da un modello trasmissivo a uno sempre più dialogico e partecipativo.
Giovanni Paolo II – L’apostolo globale
Giovanni Paolo II inaugura una nuova stagione della comunicazione pubblica vaticana, sfruttando appieno le potenzialità del mondo globalizzato dei media. È il pontefice del primo sito web vaticano (1996), ma già nel 1989 professava la necessità di “confrontarsi con la cultura del computer”. La sua figura assume una dimensione planetaria, capace di unire carisma personale, visibilità mediatica e una narrazione apostolica del pontificato. Viene descritto come il papa della televisione, del 24-hour news cycle, della comunicazione verticale.
Tuttavia, il suo stile resta fondamentalmente autoritativo. L’uso predominante del pronome “loro” nei suoi messaggi – riferito a genitori, media, autorità – evidenzia una comunicazione ancora centrata su un soggetto forte che ammonisce e indica la via. Il papa è colui che parla, gli altri sono coloro che ascoltano. Il contenuto è potente, ma unidirezionale. La Chiesa viene presentata come centro emittente di valori e verità, in un contesto in cui i media sono ancora visti come strumenti di trasmissione, più che di relazione.

Benedetto XVI – Il teologo del tweet
Con Benedetto XVI, la comunicazione papale entra nella fase riflessiva e digitale. È lui a inaugurare nel 2012 l’account Twitter @Pontifex, primo vero esperimento della Santa Sede nei social media. Sebbene resti una figura riservata e più legata alla parola scritta che all’immagine, Benedetto mostra una notevole consapevolezza critica verso il digitale. Ne riconosce le potenzialità, ma invita a una sua lettura etica e teologica.
Il passaggio più rilevante, però, avviene sul piano retorico. Nei suoi messaggi comincia a comparire il pronome “noi”. Un “noi” che non si riferisce più solo alla gerarchia ecclesiastica, ma a una comunità più ampia, fluida e interconnessa. È un “noi” che accorcia le distanze tra mittente e destinatario, tra autorità e fedeli. L’imperativo morale (“devono”, “si dovrebbe”) cede gradualmente il passo a una chiamata condivisa all’ascolto, alla reciprocità, alla comunione. Il suo approccio al digitale è teologicamente fondato: la tecnologia non è un fine, ma uno spazio di relazione e discernimento.

Fonte: Il Sole 24 Ore
Papa Francesco – Il pastore virale
Papa Francesco eredita un contesto ormai pienamente immerso nella cultura digitale. Il suo arrivo coincide con l’era dei social media mainstream, degli smartphones e della cultura dell’essere continuamente “connessi”. Ancora una volta, è il pontefice del primo selfie e del primo account Instagram. Eppure, dietro l’immagine “pop”, si cela una strategia comunicativa ben più complessa. Francesco non usa personalmente computer o social, ma è profondamente consapevole delle logiche che li governano. Comunica per immagini, slogan, gesti, secondo un’estetica perfettamente traducibile nel ritmo digitale.
Un cambio di paradigma nella comunicazione pubblica vaticana
Ma soprattutto, il suo “noi” si fa comunità concreta, incarnata. Il “noi” di Francesco non è generico, ma si definisce e si radica nella relazione, segnando il passaggio da una comunicazione “dal centro verso tutti”, tipica del pontificato di Giovanni Paolo II, a una comunicazione “uno a uno” come quella di Benedetto XVI, fino ad arrivare a una comunicazione “da tutti a tutti” che caratterizza il suo pontificato. Un modello comunicativo che riflette un processo sempre più partecipativo e orizzontale, in linea con la trasformazione dei media contemporanei. Il suo stile comunicativo si iscrive perfettamente in questa visione: è evocativo, conciso, diretto, fortemente orientato all’interlocutore. Un linguaggio accessibile e umano, che rafforza la dimensione relazionale del messaggio e ne amplifica la portata.
Ma quindi è davvero corretto affermare che Bergoglio sia stato un papa digitale?
La sua popolarità online è andata spesso in contrasto con i suoi ammonimenti sul potenziale disumanizzante delle piattaforme digitali, invitando i fedeli a un uso critico e consapevole di questi strumenti. L’appellativo di “papa digital” risulta quindi parziale. Come i suoi predecessori, non è un nativo digitale né utilizza personalmente i social media. Ciononostante, la sua forza comunicativa non risiede nell’adozione tecnica dei media, ma nella coerenza tra messaggio e stile di vita. Francesco non adatta il messaggio ai media, ma incarna un ethos comunicativo centrato sull’ascolto, sulla misericordia e sulla sinodalità. Valori che trovano una potente espressione anche nel linguaggio digitale.

Quale futuro per la comunicazione pubblica vaticana?
Cosa aspettarsi dunque dal prossimo pontefice? E in che modo raccoglierà l’eredità dei suoi predecessori? La storia della comunicazione pubblica vaticana mostra un filo rosso continuo: il tentativo costante di dialogare con il suo tempo, facendo propri tanto i lasciti spirituali quanto gli strumenti delle nuove tecnologie. Ma chi guiderà il papato dopo Francesco si troverà immerso in uno scenario profondamente trasformato, dove la sfera pubblica è sempre più segnata da dinamiche de-istituzionalizzate e personalizzate. Si pensi a figure “calde” del momento come Donald Trump o Elon Musk, che hanno costruito la propria legittimazione pubblica attraverso un uso strategico e disintermediato di vari strumenti comunicativi, dai social media alla televisione, dalle piattaforme di streaming ai podcast, trasformando la comunicazione in un esercizio continuo di esposizione personale, propaganda e costruzione del consenso.
Tra continuità e discontinuità comunicativa
Il futuro papa, verosimilmente, apparterrà a una generazione cresciuta prima dell’avvento del digitale pervasivo e potrebbe quindi non sentirsi pienamente immerso nei codici della cultura della rete. In aggiunta, in un contesto di crescente incertezza globale — tra conflitti, instabilità economica, crisi ambientali e diseguaglianze — la Chiesa potrebbe essere chiamata a riaffermare il proprio ruolo di bussola morale e spirituale. Toccherà al successore di Francesco scegliere se proseguire lungo il solco di una comunicazione aperta e inclusiva, capace di dialogare con un mondo sempre più interconnesso, oppure – proprio come Bergoglio – essere il primo a interrompere il continuum comunicativo degli ultimi decenni, rivendicando per la Chiesa un ruolo più istituzionale, restituendole una voce più sobria, autorevole, rafforzandone l’autorità simbolica e dottrinale, in risposta alle fragilità del presente.
Reference
- Popes in Digital Era: Reflecting on the Rise of The Digital Papacy, H. Campbell, A. Vitullo, 2019
- What is changing in papal communication with the rise of social media? V. Müllerovà, J. Franc, 2023
- How Francis used social media to craft hs image as the “People Pope”, A. Moir, The Independent, 2025
- Il Pontificato di Francesco sui social: dal debutto su Instagram ai timori per i giovani, Affari Italiani, 2025